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Volevamo Fognini agli ottavi, ma il metronomo ci ha riportato alla cruda realtà. Ha piallato i nostri deliri.

“Fognini inizia il suo calvario in una stanza con vista mare, in un pomeriggio anonimo, dove anche i gabbiani si suicidano volando in verticale a piombo, a picco, annegando volutamente nel mare scuro. E’ seduto al piano Fabio e sta accarezzando i tasti come un Barenboim navigato e maturo. Sul piano, appoggiato, un metronomo di una marca sconosciuta: la Agut, una cinesata che batte il tempo per benino. Ti porta a non andare troppo veloce, ma nemmeno a rallentare. Ti provoca orchite, annebbiamento neuronale e istinti suicidi. Fabio si distrae a tratti, sulle note di una “Patetica 2° movimento” di Beethoven intercalata con un “Piano Sonata No 16 C major K 545” di Mozart.
Cambia ritmo, a volte, Fabio, ma il metronomo lo costringe dentro una ragnatela che depreda a catena i neuroni e provoca tremore alle mani. Le mani, quelle di un pugile massacrato dopo 15 riprese serrate. Un Boxeur solo. Solo vicino al suo armadietto vuoto di silenzi.
La musica si interrompe di colpo quando Fabio preso dalla nevrosi compulsiva, conclude una nota piombando talmente forte su un tasto da farlo saltare. Subito dopo afferra il metronomo e lo tira contro il muro mandandolo in mille pezzi. Il momento preciso del lancio del metronomo è il 5 pari al terzo: lì Fabio pennella con una smorzata che manda al tappeto – contro un muro – il metronomo Agut. Finisce lì la vicenda. Perché il metronomo non può più essere ricomposto. Ha 36 anni di vita e va buttato. Risparmiateci una riparazione, non vogliamo più vederlo questo metronomo. Ci ha frantumato per anni le gonadi col suo ticchettio sempre uguale. Forza Fabio, ora. Adesso puoi giocare a braccio sciolto; finalmente, dopo 20 anni di passione viscerale, maniacale e qualche patetico suicidio (tennistico) in sincronia col genio. Anni di polemiche insulse con la FITP e il clan della Davis. I burocrati micragnosi, quasi mai hanno a cuore chi va fuori dagli schemi. Quasi mai comprendono la genialità. A volte fa paura. Si finisce sempre in una baraonda di invidie e risentimenti. 20 anni di sofferenze per tutti: dentro e fuori dal campo. Ora quel tavolo da biliardo è tuo. Lifta e tocca come un Mark Selby d’annata. Tira il tuo ultimo passante a giro come un massè da tavolo verde. Puoi pennellare e suonare sinfonie celestiali senza più pressioni. Vola Fabio. Vola.
Fai sognare gli intenditori, prenditi quello che ti spetta. Piazza un altro miracolo, ora. Via. Noi siamo con te.
Paul sarà il prossimo avversario di Fabio. Paul è un gran bel giocatore. Dopo Sampras, il miglior americano a livello tecnico. Un talento puro. Il migliore come predisposizione naturale al gioco aggressivo. Il problema è che lui non lo sa. E’ un problema non da poco. Deve prendere fiducia e credere nelle sue capacità. La facilità con cui Paul attacca la rete e i suoi colpi da fondo, ricordano un tipo di tennis antico. Paul potrebbe tranquillamente giocare col legno in mano. Uso di impugni un po’ strampalati, particolari. In disuso. Da antiquario delle racchette. Grande braccio ma poca presa di coscienza. Se non sarà Fognini (impossibile – già Paul è devasto) a fermare Alcaraz verso la probabile semifinale con Sinner, si spera lo faccia Paul. Al quinto set! Il record di partite uccise al quinto da parte di Alcaraz, un po’ inquieta (12 su 13 giocate, 92%). Una piccola parentesi. Io ho memoria molto buona sui numeri, meno sui nomi o cose scritte. Siccome, tempo fa, mi sono letto il record al quinto set dei grandi del passato, si può dire che quelli di maggior talento come Federer, giocando con una mano sola il rovescio e, di conseguenza, come dissi tempo fa, arrivando al quinto con meno energie nervose, hanno record inferiori rispetto a Djokovic (a memoria, sopra il 78% di partite vinte al quinto), Nadal (più del 67%), Federer sotto il 60% (lo svizzero non ha mai proposto un tennis conservativo e noioso). Alcaraz ha dei numeri ancora giovani, ed è probabile che andando avanti diminuirà la sua presenza dentro i quinti set. Ora ci va per via di una discontinuità intrinseca al tipo di gioco e per gli alti e i bassi dentro lo stesso match o set. Rispetto all’età, confrontato con altri giocatori del passato, 13 volte al quinto sono tante. Una volta dentro al quinto, lo spagnolo non perde quasi mai. E questo ha a che vedere con una resistenza intrinseca alla fatica. Meno per una semplice lucidità tattica. O meglio: la fiducia nella sua resistenza aerobica e nella sua potenza esplosiva lo fanno giocare più tranquillo. E’ come un rifugio sicuro, per lui, questo ultimo set. Vede ad occhio nudo gli altri che si spengono perdendo in reattività. In futuro, forse, diraderà le sue presenze dentro questo focolare addomesticato. Una curiosità interessante in questo Wimbledon plumbeo e piovoso, sarebbe quella di portare al quinto Alcaraz per poi batterlo. Una rarità statistica. Qualcuno interrompa la striscia. Si può fare. Sinner, sei connesso? 😊
Intanto Sinner dall’alto del suo numero uno (indiscutibile e super meritato) lascia le briciole agli avversari: lancio della scure, freccette in legno stile Bruce Lee, esecuzioni sommarie e fucilazioni non risparmiano nessuno. Il fenomeno sincronico da Sesto, uccide il gioco e sovrasta di molto gli avversari. Può ancora migliorare. Qui può vincere il torneo. Le righe prese da Sinner non si contano. Tira talmente forte che i giardinieri devono ristendere il gesso. Brucia l’erba e sgonfia le palline. La strada per la finale è dura, ma si può fare.
Grande anche Musetti che se ragiona e sta calmo piazzando le sue variazioni da anticamera spazio temporale, potrebbe arrivare a portare una mano sola nei quarti. Nei quarti con una mano sola sarebbe risultato storico. Grande Lorenzo. In quella zona c’è Perricard che può devastare il contesto come uno squilibrato. Occhio. Le partite vanno preparate bene. Forza e coraggio. Se Musetti mette in campo la tecnica pura, può mandare ai matti tanti. E allora il prato verde si trasforma in tavolo da biliardo e Musetti può ricamare e disegnare traiettorie indigeste.
Nota di merito a Dimitrov.
Buon tennis a tutti!!!”

Questo è quello che sarebbe dovuto succedere. Quello che tutti auspicavano per respirare di nuovo aria pura. In realtà, il metronomo Agut, ha fatto il suo dovere da soldatino inquadrato che va al tempo. Al rientro, dopo l’interruzione per pioggia di ieri, ha giocato un match senza sbavature. Un metronomo ritarato nella notte. Una roba da colpo in testa per quanto abitudinario e devastante. Un film horror che va spento perché poi non dormi. Così va il tennis e così vanno le partite che virano verso l’equilibrio e prendono sentieri percentuali. Se non ci fosse stata l’interruzione di ieri a causa del maltempo, forse poteva andare diversamente. Poteva. Forse. Non lo sappiamo. Non ce ne frega più nulla, ora. Qualcuno parla di pochi vincenti da parte di Agut (30) e di tanti da parte di Fabio (87). I gratuiti sono 39 a 77 a favore di Agut. Questa inversione e questi dati si spiegano con una distribuzione di vincenti nei punti chiave del match su vantaggi e palle break a favore del metronomo e con una distribuzione dei gratuiti quando contava di meno a sfavore di Fabio. Bautista gioca bene quando serve e quando i punti contano pesantemente. Poche volte. E’ programmato. C’è chi gioca d’istinto e chi gioca per ammazzare le partite e portarle a casa. Solo quello conta in partite così equilibrate. Battistino è un piccolo Djokovic. La genialità non è quasi mai premiata sul campo. Perché sconta passaggi a vuoto dovuti a supponenza e insofferenza a tenere il passo sempre uguale. Ad essere abitudinari e scontati. Purtroppo, in partite così tirate, vince chi fa cose scontate e semplici nei momenti chiave.
Beh, ora forza Paul. Asfaltalo.

Piacentini Gianluca
Postato il 6-7-24 alle 19,10

 

 

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