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La Spagna trova continuità nella potenza di fuoco. Fra tanti spari e poche carezze, l’importante è gioire nella sofferenza.

A un certo punto la bestia si sposta, si apre a 4/5 in open stance, guarda con l’occhio sguercio e assassino verso un punto informe nello spazio e spara. Spara senza rinculo. Spara rendendo l’aria rarefatta tutt’intorno. Creando buchi nell’ozono. Cortocircuitando i fonometri. Non sei mai pronto a spari come questi, destabilizzano, non sai dove spara e perché così, di colpo. Sorridendo mentre perdi l’orientamento e soffri come un cane bastonato a 3,30 h. Tira col bavero alzato e la bavetta che gli impasta la bocca, con quella smorfia sovrapponibile a una paresi. E il sorriso successivo da lupo del Gottero. Un lupo solitario e affamato. Diventa più efferato dentro al tempo che sfiamma. Se ti trovi al bordo della frontiera, vicino alla linea base rischi di incipampare e perdere l’equilibrio. Non hai riparo. Non hai piedi che possano fare da perno, è tutto come la forza centrifuga dopo lo stacco da terra di un saltatore verso l’alto. Ti porta da un’altra parte. Questa è la cruda e reale brutalità e ancor più ostico risulta sostenere questi spari oltre le 3 ore e 30, mentre inesorabimente ti avvii al patibolo del quinto set. Il commento tecnico alla tv, ingenuamente dice che al quinto si ha il vantaggio di servire per primo o altre amenità. Sono annullati, lì, dentro la camera a gas, i vantaggi. L’altro cerca ristoro nello sguardo di qualche parente tra il pubblico, ma sente il peso psichico di dover produrre secchi di sudore intorno alle 3 ore e 30: punto a punto. Tiro dopo tiro. Goccia dopo goccia. Gli spettatori di questa arena pagano il biglietto, ma di certo non si mettono nei panni di chi spira dentro, nel ticchettio dei secondi che rimbombano, collassando il ritmo cicardiano, deprimendo la voglia, cercando appigli esterni che non ci sono. Devi morire col gas nervino che ti gonfia la vena frontale e ti appanna i riflessi. Lentamente, inesorabilmente. Nessuno vince a Parigi senza un surplus di resistenza aerobica. Ce lo spiega l’albo d’oro. Nella polvere parigina, vince chi può accedere a una limpida lucidità neurodiversa di scelte, dentro la canicola, le luci e le ombre che si allungano sul campo e la terra che ti sale in gola, e quando l’altro in cuor suo ha rinunciato; molla il colpo in un piccolo spazio intimo della psiche. Ce lo possono spiegare gli errori gratuiti negli intorni del tempo che passa. Intorni colorati e luccicosi per chi ha l’ossigeno di riserva. Intorni mortiferi per chi soffre di equilibri instabili. Come gli ultimi passi prima della vetta di un 8000 in invernale: li ci arrivano solo i più grandi o chi ha saputo dosare l’energia prima. Ma devi averla di riserva. Alcaraz dice una cosa simile a “come è difficile trovare l’alba dentro l’imbrunire”. Lui sentenzia: “bisogna trovare gioia nella sofferenza”. Anche la brutalità lascia spazio a una dichiarazione ossimorica da copione . Volevamo stupirvi con effetti speciali, come liberi pensatori. Ma andate sempre a vuoto Ferrero e soci. Prevedibili e scontati come uno 0,99 sui pomodorini pachino alla lidl.

Alcaraz ci fa vedere che alza i pallottoni profondi, cambia il ritmo alla vicenda. Manovra e spara con stile. Una sorta di Clint Eastwood che gira e tira nell’entroterra di Alicante. Un film western giocato e sparato con una semi-western di dritto, al limite del continente,  con l’ipotenar ed il polpastrello dell’indice sul quarto lato del manico. Quando smorza, vira verso il continente. Dopo le 3 ore usa spaccare il ritmo che l’altro non ha già più da un pezzo. Gira il coltello nella piaga che diventa da decupito: pallottoni inzuppati di livore e psicopatia, smorzate che tagliano i tendini come bisturi nel burro, rincorse irreali in difesa. Scivolando. Porta l’altro alla catatonia neuronale. Ha vinto mostrandosi nella più brutale espressione astratta tra scarabocchi randomizzati, cuori infranti dal sangue arterioso e angoli senza uscita. Alcaraz ti spezza il cuore e uccide le speranze di chi guarda. Se sono parenti, scappano. Si rifugiano in giochi psichici cercando la spiegazione della deriva altrove. In un loro altrove immaginifico fatto di fughe psichiche dal reale. Vedere e annusare l’aria diventa nauseabondo. Le sarabonze che escono dalle corde di Carezza, sono irricevibili. Strappano i tuoi sogni e li lanciano come coriandoli disordinati nel caos calmo di un buffo di vento africano. Anche i sogni che avevi da piccolo e a cui devi rinunciare. Finiscono nei 10000 pezzi di un puzzle che non potrai mai più ricomporre. E’ la dura legge di Alcarezza.

Dopo Nadal, la Spagna trova continuità nel dominio animale. Lo spirito lo forgi nel caldo che attacca, a 50° là dove tutto è sete, fame e miraggi. Così si cresce, così si diventa grandi, così puoi trovare gioia nella sofferenza. Alcaraz però non lo pensa davvero: è uno strumento in mano a media, tv e spettatori. Per sollazzare la loro sete di sangue vorrebbero veder sparare di più. Fa nulla se poi lo strumento si rompe. E’ il sintomo malato di una società alla deriva da tempo. E ha attaccato anche lo sport dei gesti bianchi.

 

Postato il 13.6.24 alle ore 10

Piacentini Gianluca.

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